Viaggiare per lavoro è considerato oggi un gran vantaggio e lo confermano anche i numeri: una ricerca condotta da Booking.com dimostra infatti che il 30% degli intervistati sarebbe disposto ad accettare un compenso più basso a fronte di un numero maggiore di viaggi.

Inoltre, incoraggiare il bleisure (dall’unione di business – lavoro, affari e leisure – piacere, divertimento) potrebbe essere la chiave risolutiva per non far scappare la generazione Y, quella dei millennials, che tende solitamente ad essere elusiva e poco affezionata al posto di lavoro.

Di contro, però, questa categoria generazionale è in genere più propensa a sfruttare il viaggio di lavoro ricavandosi l’opportunità di trasformarlo parzialmente in uno di piacere. Il motivo è probabilmente la scarsa disponibilità di liquidi da spendere in vacanza e la mancanza di una famiglia propria, con le responsabilità che questa implicherebbe.

Sembra però che le aziende non abbiano compreso a fondo il potenziale del bleisure. Secondo studi recenti, infatti, le due principali ragioni per cui i viaggiatori business non ne approfittano è che non hanno tempo, oppure il regolamento aziendale non lo permette. Per far sì che il bleisure funzioni bene sia per il datore di lavoro che per il dipendente, è necessaria una policy aziendale chiara, che permetta di sfruttare al meglio le trasferte lavorative.

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